E' Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. E' Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro. E' Natale ogni volta che non accetti quei principi che relegano gli oppressi ai margini della società. E' Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale. E' Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.
rendimi altare, rilucente di ori, giaciglio che nutre la mia fame, prepara un anfratto nascosto nel “tu”
cura le ferite della mancanza, rendimi ricca nell’assenza, non togliere agli occhi rifugio nei tuoi angoli
proteggi il paradiso che siamo, inspira il mio respiro che nutrirà il tuo giardino: ogni fiore sbocciato, di devota carezza,
lusingherà la mia preghiera.
"Rendimi altare "è il titolo del mio primo libro di poesie, un 'opera prima edita dalla LietoColle. Il titolo prende spunto dall' omonima poesia che qui riporto e che apre la silloge. Ringrazio Massimo e Ros per la loro disponibilità. Angela Ragusa
Ghioammara di pinzera vulissi
di lu ciriveddu scutulari…
siddu avissi un tilaru
li putissi tèssiri, arraccamari
e cu lu filu di li jorna
bianchi azzulati linzola
di stenniri a lu suli putissi fari.
Ma oramai comu pampini
e ciuri annacati di lu ventu
mi tremanu li manu
l’agugghia arrugginìu
tra li spinguli di lu tempu
e lu filu fradiciu di chiantu
s’aggruppa, ‘mpìnci ‘ntra lu pettu.
Perciò pirdunati
siddu a munzedda li sdivacu
scarabbucchiannu carta
e chiamànnula puisia
macari scippannu a cu’ ascuta
‘na lagrima, un suspiru
un mumentu di malancunìa.
Poesia
Gomitoli di pensieri vorrei
scuotere dal cervello …
se avessi un telaio
li potrei téssere ricamare
e col filo dei giorni
bianchi azzurrati lenzuola
da stendere al sole potrei fare.
Ma ormai come foglie e fiori dondolate dal vento
mi tremano le mani
l’ago s’è arrugginito tra gli spilli del tempo
e il filo fradicio di pianto
si annoda s’impiglia dentro al petto.
Dunque perdonate
se a mucchi li verso
scarabocchiando carta
e chiamandola poesia
magari strappando a chi ascolta
una lacrima
un sospiro
un momento di malinconia.
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Questa poesia ha vinto "Primo Premio Assoluto' al concorso di poesia 'Elia Marani' per la sezione in Vernacolo.
Cara Rosalba, quello che posso dirti di questa poesia é che è stata scritta più di venti anni fa, quando ero ancora molto timida, riservata umile più che mai, portandomi dentro il grosso coplesso d'inferiorità per non avere titoli di studio, e quindi pochissima fiducia nelle mie capacità...pur se già avevo vinto nell'ottant'uno il primo premio "Marineo" quando ancora non l'avevano vinto neppure i professori che oggi siedono in giuria, ed ero riuscita a conquistare l'affetto e la stima del grande Ignazio Buttitta. Difatti ho un mare di poesie di questo genere e che non ho mai mandati a dei concorsi...perchè non mi sarei mai aspettata di vincere un primo premio assoluto con questa poesia, forse perchè mi sembrano sempre più belle quelle degli altri e sottovaluto le mie! Ma ora devo dire che sono molto felice di questo, é la prima volta che vinco un premio in siciliano a Massa Lombarda, e anche se modestamente sono giunta al 13° primo premio assoluto (difatti ho avuto la fortuna di non dover mai dividere con nessuno i miei premi), questo mi ha regalato una emozione in più! Grazie Rosalba e grazie sin d'ora a chi vorrà commentare. Ciao a tutti.
Vincenzo Capitanucci è uno di quei poeti che ha scoperto di volersi esprimere in versi da pochi anni. Si è lasciato "esplodere" componendo migliaia di poesie in forma libera. Esprime con efficacia il suo mondo interiore fatto di immagini e sensazioni delicate tutte permeate dalla forza dell'Amore che lo pervade. La sua lettura è sempre molto piacevole ed accarezza leggermente l'anima dando la sensazione di non volerla mai scalfire. Merita spazio nel panorama dei poeti emergenti.
Fermentano strisce grumi di gente rossastre arsure scheggiato oriente. Giorno che passa scorcio sospeso e me stesso scia sulla sabbia, ricerco il sentiero del mio volgere inquieto, guardo un cielo suadente illusione di occhi dove si sfaldano dune cavalli sussultano, roventi sabbie inghiottono spade, specchi di battaglie ricoperte d’argilla tacciono al pellegrino il non ritorno. Urla nella notte Qadesh, scudi di bronzo respingono serpenti, maschere d’oblio carovane distanti divorano morte, piegate ginocchia delle donne in lutto avvolgono sudari, tersi granuli ritornano ancora muri terribili e colonne di fumo ombre immutabili, altre illusioni.
Fermentano strisce di terre nell’arsura di un Medio oriente, dove la gente che vi abita chiede di poter restare e trovare un identità di pace. Il deserto trasmette al pellegrino l’inquietudine della sabbia, del silenzio, racconta di battaglie sepolte nel passato, ma ci sono guerre che ritornano, si ripresentano con nuovi abiti e sono sempre gli stessi invasori che non danno mai tregua, infieriscono colpi di spade e costruiscono muri di ombre dove non far passare la luce della pace.Pietro Vizzini
La donzelletta vien dalla campagna, In sul calar del sole, Col suo fascio dell’erba; e reca in mano Un mazzolin di rose e di viole, Onde, siccome suole, Ornare ella si appresta Dimani, al dì di festa, il petto e il crine. Siede con le vicine Su la scala a filar la vecchierella Incontro là dove si perde il giorno; E novellando vien del suo buon tempo, Quando ai dì della festa ella si ornava, Ed ancor sana e snella Solea danzar la sera intra di quei Ch’ebbe compagni dell’età più bella. Già tutta l’aria imbruna, Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre Giù da’ colli e da’ tetti, Al biancheggiar della recente luna. Or la squilla dà segno Della festa che viene; Ed a quel suon diresti Che il cor si riconforta. I fanciulli gridando Su la piazzuola in frotta, E qua e là saltando, Fanno un lieto romore: E intanto riede alla sua parca mensa, Fischiando, il zappatore, E seco pensa al dì del suo riposo. Poi quando intorno è spenta ogni altra face, E tutto l’altro, Odi il martel picchiare, odi la sega Del legnaiuol, che veglia Nella chiusa bottega alla lucerna, E s’affretta, e s’adopra Di Fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba. Questo di sette è il più gradito giorno, Pien di speme e di gioia: Diman tristezza e noia Recheran l’ore, ed al travaglio usato Ciascuno in suo pensier farà ritorno. Garzoncello scherzoso, Cotesta età fiorita È come un giorno d’allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno, Che percorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio: stato soave, Stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vò; ma la tua festa Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
Scrivo con il cuore..esce l'inconscio..a volte scrivo in modo ermetico e a volte stento a capirmi... Scrivevo da ragazza...poi ho smesso x molti anni.. ho ripreso da un anno circa....
Ho riportato dei flash emotivi che provo quando comprendo che sono anch'io parte dell'amore sperando di riuscire a trasferire le mie sensazioni. Karen Tognini
Vagabondo nei meandri del mio pensiero, corda staccata da violino bicchiere vuoto di memorie solitarie mani, un pò di me ho smarrito.
Nessun battello in approdo, quanto tempo ancora... per ritrovare l'ego...
Se l'aurora annuncerà il mio ritorno, forse questa gelida stagione, che tra scogliere si frantuma, risorgerà dal poggio rifiorita ed io celebrerò me-stessa, con due coppe di champagne.
Particolari stati d'animo mi conducono spesso al bisogno di trasferire i miei pensieri su carta, componendo dei versi. In questa poesia descrivo come un suono stonato lo smarrimento di una parte di me stessa anche se non perdo mai la speranza di ritrovare un'alba fiorita che mi riporti la luce. Quale modo migliore può esserci per celebrare il ritrovo di quella parte persa se non quello di due coppe di bollicine spumeggianti? Una per me, una per il mio l'ego. Grazie a tutti coloro che mi staranno vicini. Grazia
E come potevano noi cantare Con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento.
S'abbassa il sipario. Incompiuta tragedia tace. Teatranti strascicano passi... umanizzati, chiudono scena. Domani altra farsa, atto dovuto. Domina severa notte su folli giri di giostre giochi di vita su ali di morte. Non ti illudano le tenebre e l'ombre non ti streghino... Tutto passa e luce fu.
La mia poesia "Altra farsa" è uno sguardo al palcoscenico della nostra vita, dove ci muoviamo, soffriamo, amiamo nella nostra 'commedia umana'
Alla sera della nostra vita come teatranti stanchi abbandoniamo lentamente "strascicando il passo" la scena che abbiamo calcato... Spesso abbiamo giocato da incoscienti con la vita come adolescenti su montagne russe o ubriachi di notti folli...
E non è teatro la nostra vita personale, ma anche quella collettiva, sociale, politica... dove marionette ci lasciamo illudere dalle tenebre e dalle ombre. Noi giochiamo come infanti innocenti e danziamo l'amore, e pugniamo con le ideologie e il pensiero e chi riteniamo ci sia nemico... siamo tragiche maschere che senza accorgerci corriamo incontro al buio, alla fine...
Ma tutto passa, domani altri teatranti prenderanno il nostro posto e i giri di giostra continuano...
Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di Alda Merini, la grande poetessa che ha lasciato in ognuno di noi un ricordo indelebile. Noi, in questa Oasi, desideriamo ricordarla e omaggiarla con questa sua tenerissima poesia. Grazie Alda per tutto ciò che ci hai regalato.
Bambino di Alda Merini
Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati e tua madre diventerà una pianta che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe che portino la pace ovunque e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere guardati nell'acqua del sentimento.
Insegnare ai bambini a scrivere con gli occhi rivolti ai sentimenti, istruirli a inseguire la fantasia come fosse un aquilone, proteggerli con le foglie di una pianta in un giardino incantato, tutto questo e molto di più si coglie in questa meravigliosa opera di Alda Merini. I bambini sono esseri da proteggere e presenvare, esseri indifesi a cui insegnare una vita migliore, priva di egocentrismo e avidità.ros
Sulla terra torbida dove nuovo non splende forza trarremo un giorno da debolezza ignara e ai colori che piovono dalla fontana del cielo ristoreremo gli occhi e il rombo del dolore e il pianto cupo piombo saranno e pietre. Sgretoleremo mani assassine e lanceremo le briciole nel fuoco e sapore amaro non avrà più il cielo né folli danze senza meta né orde di parole senza senso né cronache perverse di speranze perse. Nuvole giocose in corsa in cielo battibeccando solleveranno polvere d’acqua e di sole sopra il mare disteso.
Tutto cambia nel tempo, tutto si rivolge. Anche i tiranni, prima o poi, cadono. Purtroppo, il male è profondamente ostinato e tenace: torna puntualmente con un vestito e un nome nuovi. E guerre e fame urlano dolore e rabbia negli esseri umani. E’ il Sogno (gli ideali) che ci dà forza. Il sogno rappresenta un’energia possente, in grado di trasformare tutto, coinvolgendo tutti. A fare la storia sono, infatti, i grandi sognatori , che spesso sacrificano la propria vita: non i vili, non i rassegnati, non coloro che si limitano a prendere atto e, prendendo atto di una realtà (per altri) insopportabile, tacciono, nel loro oscuro pessimismo. E’ da queste riflessioni che nascono questi versi. Gabriele Prignano
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi- questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.
Mattina fatata o nuova angoscia guantata, scorrono isteriche immagini tra manopole e bottoni d’indemoniato vigore, scarnificano vite come arcieri precisi, bruciano famiglie, ne affamano le figlie. La seduta distante non basta al questuante, corrono audaci le figure fermato dall’istinto, premiate in qualche istante. Ombre tetre susseguono caparbie in orologi mai sganciati, in fatiche quotidiane alternate a semplici tracce d’uomo… Il senso della vita fluisce altero nella società malata, vestita di moda e disperazione, vissuta malata sotto il giogo d’uno stato minore.
In Bottoms & Joysticks tratto un tema terribile e quasi dimenticato: la dipendenza dal gioco e dai Video Poker. Questa poesia parla del vizio e del male che causano le “malefiche macchinette” (ormai dentro ogni bar – non solo nelle sale giochi e casinò), racconta di famiglie ridotte sul lastrico e di “figlie affamate”, di manopole e bottoni scoperte per caso, guardando un amico che giocava per passare 10 minuti… Parlano tuttavia anche di uomini e donne (ma attenzione… anche di donne!) che abbandonano la realtà per inseguire un sogno che sa di diabolico, che emana un profumo estatico (come una dose di stupefacenti) e che tuttavia non ricorda bene la figura che manovra i fili di questa ennesima disgustosa vicenda: uno Stato minore (che nella poesia è presentato volutamente in “minuscolo”). Viviamo in un assurdo contesto dove noi, cioè la Società - attraverso i suoi/nostri esponenti dirigenziali - si comporta come il peggiore degli usurai, una “specie” di biscazziere privilegiato e autorizzato senza ritegno o pudore, pronto a distruggere le persone in onore del semplice profitto.
Pronuncio il tuo nome nelle notte buie, quando gli astri vanno a bere alla luna e dormono gli alberi delle foreste cupe. Ed io mi sento vuoto di passione e di musica. Orologio impazzito che canta morte ore antiche.
Pronuncio il tuo nome e in questa notte buia, il tuo nome suona più lontano che mai. Più lontano delle stelle, più dolente della spiaggia quieta.
Ancora ti amerò come allora? Quale colpa ha il mio cuore? Se si alza la nebbia quale nuova passione m'attende? Sarà tranquilla e pura? Potessero le mie mani sfogliare la luna!
I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell'abbagliante splendore del loro primo amore
Io stanotte pazzianno cu 'e stelle, quanno cadòno e affonnano a mmare, sento addore d''e sciure cchiù belle, mentre ll'acqua nu specchio me pare... Palummelle ca pittano ncielo, nu Rusario 'e lampare luntane, nnanza a ll'uocchie se stenne nu velo, na chitarra mi chiagne p''e mane... Sulitaria st' arena e 'a canzona, sta cantanno 'o culore curvino, sta chitarra ca chiagne e ca sona, pe dduje uocchie ca sento vicino... Nonna nonna a sti stelle curvine, sta canzona pe ll'aria cammina, resta nterra na rosa cu 'e suonne ca se sperdono mmiezo a chest'onne...
Traduzione letteradi di IO STANOTTE...di Bruno Zapparrata Ed.2000...1992
Io stanotte, scherzando con le stelle, quando cadono e si tuffano a mmare, sento il profumo dei fiori più belli, mentre l'acqua uno specchio mi pare... Piccole farfalle dipingono in cielo, un Rosario di lampare lontane, davanti agli occhi si stende un velo, una chitarra piange tra le mani... Solitaria è la spiaggia e la canzone sta cantando il colore corvino, tu chitarra che piangi col suono per due occhi che sento vicino... Nonna nonna a queste stelle corvine, la canzone per ll'aria cammina, resta a terra una rosa coi sogni che si perdono tra il rollìo delle onde...
Bruno Zapparrata
Questa è una sensazione ed un pensare durante una delle passeggiate serali che da solo amavo fare dopo cena sulla battigia del mare, dove ti tiene compagnia solo l' andirivieni delle onde...Momenti di pace, di tranquillita' e di riordino delle idee...dalle realizzate e quelle irrealizzabili, a quelle che potevi e non sono state e a quelle che non volevi e che invece sono state e allora si pensa, si pensa seduto a volte su di una delle code del pattino che strazione a riva in attimi che nessuno disincanta.
Abiti luridi sparsi nel profumato bosco felci e finocchi selvatici.
Sul muschio le nostre impronte.
Le betulle origliano spiati sospiri sconosciuti ronzio di parole sul verde mantello.
La carne odora di fango.
Si aggirano ombre cinesi volteggiano le mani fugaci fronde muovono accese fantasie ed il suono del vento vive.
Schiene stanche poggiate sul manto erboso trasudano ore che fuggono.
Foglie lanceolate senza pudore tracciano le linee del piacere.
Al tramonto la luce cattura volti distesi noi viticci dormienti lietezza consumata passione.
Sfuggire dalla normalità e farsi catturare dalla forza e bellezza della natura. Per gli amanti, spogliarsi e fondersi mentre lentamente gli alberi cominciano ad infittirsi, diventa uno spazio intimo, nel quale abbandonarsi ai sensi e alla fantasia. La natura, un luogo mistico in cui l'anima può dare sfogo alle proprie emozioni. Palpita la vita nell'accavallarsi dei corpi, in un groviglio di linee e colori. Il respiro, vibrante canto nell'aria, richiamo di una sensualità pura.(Daniela Fenoaltea)
Nuda sei semplice come una delle tue mani, liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, strade di mela, nuda sei sottile come il grano nudo.
Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli, nuda sei enorme e gialla come l'estate in una chiesa d'oro.
Nuda sei piccola come una delle tue unghie, curva, sottile, rosea finché nasce il giorno e t'addentri nel sotterraneo del mondo.
Come in una lunga galleria di vestiti e di lavori: la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia e di nuovo torna a essere una mano nuda.
La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori o nell'aldilà. Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che messo contro il muro, ad esempio, le mani legate o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu muoia affinché vivano gli altri uomini gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più povero della vita.
Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte, pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia.
Musica pura: etnica o mediterranea e non mewage come ci vuole far credere il realizzatore di questo video. Non lo dico io che sono ignorante in materia ma Mario Donatiello, musicista nonché collaboratore attivo di questo blog, che me lo ha consigliato. Mario devo ringraziarti di cuore, ogni tuo suggerimento musicale, come per magia, si armonizza col tutto.
Fisso inebetita lo scorrere vaporoso e titubante del giorno
Guardo nel mezzo sonno, le ombre dei miei sogni fare a botte
Sorpresa. di ritrovare, dopo tanto dolore, la lava tatuata nella mia anima, urlare di passione
Allora VOLO, spacco a calci il tempo perduto non sono sgomenta, sono io che torno, quella che credevo ormai sparpaglia come cenere nel tempo.
Questi versi sono il mio rabbioso urlo ad una situazione di stallo in cui era calata la mia anima ,che distratta dalla realtà quotidiana ,da dolori che ognuno di noi purtroppo è costretto a vivere a tratti nel corso della vita.......realtà che ti cambia ma solo per un attimo perchè appena riesci a rialzarti ecco che riappari nel tuo essere ed ecco il volo di nuovo verso la vita verso quella che eri..........io faccio fatica a commentare ciò che scarabocchio,perchè scrivo d'istinto e in determinati momenti. A.Fulgione
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: « O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d’otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non tocco’ mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l’uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu c’hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla». La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: « O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l’amavi forte! Con lui c’eri tu sola e la sua morte O nata in selve tra l’ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l’agonia . . . » La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. «O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! due parole egli dove’ pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l’eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole». Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l’abbraccio’ su la criniera. « O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! a me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona . . . Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una una cosa! Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: esso t’è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t’insegni, come». Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l’unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.
Errante sui prati incolti al pascolo fluisce il sorriso della luna quieto rinasce disteso il mio corpo sono strada polverosa calpestio di mandrie al passaggio. Uno di questi giorni mi risveglierò scultura del vento tracciato strisciante di serpe fazzoletto di terra bagnata pioggia di sguardi nascosti nella nebbia. Attenderò uccelli bianchi battiti di ali in cieli azzurri giravolte verso altri soli migrazione senza carne di pensiero tattile. Del mio amore un sussulto volgerò gli occhi all’orizzonte e ormai cieco lancerò pane rappreso ai colombi affamati viandanti insaziabili a consumar se stessi. E tra dorate messi calendule, lacrime d’arancio diverranno dimora dei miei giorni.
"V’è un tempo quando non si è più giovanissimi, o quando si pensa alla vita consapevoli che questa ha un tempo limitato, che i pensieri si riempiono di angosce… quale futuro, quanto tempo ancora…. “ Uno di questi giorni” sarò terra, passaggio all’orizzonte, migrazione senza carne, forse rinascerò in quei giorni, dove si posano le orme della speranza, serenamente abbracciato dalla fine del mio tempo."Pietro Vizzini
(The Boulevard Montmartre on a Winter Morning, 1897-Camille Pissarro)
Pioggia a Montmartre
Dal cielo plumbeo scrosciava tambureggiando la pioggia tra alberi discinti allineati nelle larghe piazze tra panchine vuote.
Pochi passi per i viali traboccanti boccali nei pub tra luci sommesse a dar vita all’asfalto luci abbaglianti.
Era triste Montmartre…
grugni mesti di pittori, miraggio di volto ritratto, colori trasudati da mani stanche, di avventore attesa incessante, sul bohémien pioveva speranza.
Quella sera a Montmartre…
accostata al gruppo si agitavano i miei sensi, lo sguardo si posava sul mucchio di dipinti per terra sparsi, un bohémien asserì al passante …eh hai fatto soldi tu…
Montmartre…
Domani pioverà sole sui colori, tempo nuovo, tanti avventori.
Il viaggio per Parigi di qualche anno fa, portò i miei passi a Montmartre, luogo in cui sono appostati per tutto il giorno, in ogni stagione, i ritrattisti, nella speranza che qualche avventore gli faccia intascare qualche soldo. Quel giorno di dicembre, Parigi era coperta dalla pioggia, ma Montmartre ai miei occhi apparse colorata, un’emozione intensa mi vestì da capo a piedi, specie quando un bohémien asserì al passante “…eh, hai fatto soldi tu…”. Il passante, in quel frangente, era mio marito, loro, ovvero gli artisti, erano il suo riflesso. Questo luogo mi fu fonte di ispirazione ma non meno quegli artisti che in un forte abbraccio mi hanno dimostrato la nobiltà del loro essere. Momenti di vissuto che non si dimenticano, perché trasferiscono emozioni forti, a tal punto che mi hanno mosso a scrivere “Pioggia a Montmartre”.Grazia Finocchiaro
Ringrazio di cuore Mario Donatiello per il meraviglioso suggerimento musicale
Come promesso inauguriamo oggi il post settimanale dedicato ai poeti 'più conosciuti': quelli che hanno accompagnato la nostra vita, quelli che ci hanno fatto piangere e sognare, quelli che ci hanno stupito ed emozionato. I poeti le cui poesie occupano un posto privilegiato nel nostro cuore.
Quello che vi chiediamo cari Amici, assidui frequentatori di questa 'Oasi di Pace', é di collaborare con noi magari indicandoci anche il vostro poeta preferito (potete farlo anche con un semplice commento, ricordandovi di firmarlo).
Buona poesia a tutti.ros e massimo
SAN MARTINO di Giosuè Carducci
La nebbia a gl'irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar;
va per le vie del borgo dal ribollir de' tini va l'aspro odor de i vini l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi lo spiedo scoppietando: sta il cacciator fischiando sull'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi stormi d'uccelli neri, com'esuli pensieri, nel vespero migrar.
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